Giuditta che decapita Oloferne – Artemisia Gentileschi

Di Taissa Dayanna Hurtado Velasquez

ARTEMISIA GENTILESCHI

Artemisia Gentileschi è una pittrice italiana del Seicento ed è una delle artiste più importanti del periodo Barocco. Nasce a Roma nel 1593 e inizia a dipingere da giovanissima grazie a suo padre, Orazio Gentileschi, anche lui famoso pittore. Nella sua vita subisce una gravissima ingiustizia: viene violentata da Agostino Tassi, un pittore che lavorava con suo padre. Artemisia dimostra un coraggio enorme per l’epoca e decide di denunciarlo. Durante il doloroso processo viene persino torturata alle mani con delle corde per verificare se stesse dicendo la verità, ma lei non cambierà mai la sua versione. Nonostante questo trauma, Artemisia continua a dipingere e ottiene successi straordinari. Diventa la prima donna in assoluto a essere ammessa alla prestigiosa Accademia delle Arti del Disegno di Firenze. Questo le permette di viaggiare, firmare contratti da sola e guadagnare in modo indipendente. Lavora in grandi città come Roma, Firenze, Napoli e viaggia fino a Londra per dipingere alla corte del re. Le sue opere sono influenzate dallo stile di Caravaggio, soprattutto per l’uso del “chiaroscuro” e del forte realismo. Caravaggio usa una luce molto forte e crea un grande contrasto con le ombre, rendendo le scene drammatiche ed emozionanti.


GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE

Giuditta che decapita Oloferne è un celebre dipinto a olio su tela realizzato dalla pittrice barocca Artemisia Gentileschi tra il 1612 e il 1613. L’opera rappresenta una scena della Bibbia molto drammatica,  rappresentando il momento esatto dell’azione violenta. La storia racconta di Giuditta, una donna ebrea che decide di uccidere il generale Oloferne per salvare il suo popolo di Israele dall’invasione dell’esercito nemico. Nel dipinto ci sono tre personaggi principali: Giuditta, la sua serva e Oloferne. In questa composizione, la figura di Giuditta rappresenta il coraggio, mentre il generale Oloferne rappresenta il male, l’oppressione e il nemico da sconfiggere. Lo stile dell’opera è fortemente influenzato dal realismo di Caravaggio. I colori utilizzati sono scuri e intensi per creare in contrasto tra luce e ombra, una tecnica definita chiaroscuro, che serve a mettere in evidenza i corpi dei personaggi e a far emergere la scena dal buio profondo dello sfondo. Inoltre, il colore rosso ha un significato fondamentale all’interno del quadro, poiché rappresenta il sangue, la violenza reale dell’atto e tutta la sofferenza legata a questo momento drammatico. Molti storici dell’arte vedono quest’opera anche come una forma di vendetta personale della pittrice, che aveva subito una grave violenza nella vita reale, trasformando così il quadro in una rappresentazione del suo dolore e vendetta.   

SIGNIFICATO

La pittrice Artemisia Gentileschi concentra l’attenzione sulla fatica fisica e sulla violenza di Giuditta e della sua serva Abra mentre tagliano la testa all’uomo, mostrando come grande novità il momento preciso dell’uccisione e il forte legame di alleanza tra le due donne. Abra ,infatti, non sta solo a guardare ma partecipa attivamente al delitto aiutando l’eroina, creando una scena di unione e violenza che ricorda da vicino la vita reale dell’autrice. Nel 1612 Artemisia subì infatti un processo dopo aver accusato il pittore Agostino Tassi di violenza sessuale, e in quella occasione la sua serva e amica Tuzia non la aiutò e anzi testimoniò il falso. Dipingendo questa opera l’autrice compie un preciso processo psicologico e ribalta del tutto la sua dolorosa esperienza personale, proiettando sulla tela quella solidarietà e complicità femminile che le erano totalmente mancate nella realtà.