I duchi di Urbino
di Huang Zheming
Il Doppio ritratto dei Duchi di Urbino (noto anche come Dittico dei Duchi di Urbino) è
uno dei capolavori assoluti del Rinascimento italiano, dipinto da Piero della Francesca tra
il 1465 e il 1472 circa. Si tratta di un dittico a olio su tavola (47 × 33 cm ciascun pannello),
oggi esposto alla Galleria degli Uffizi di Firenze (inventario 1890 nn. 1615 e 3342). Ritrae
Federico da Montefeltro (1422-1482), condottiero, mecenate e Signore (poi Duca) di
Urbino, e sua moglie Battista Sforza (1446-1472). L’opera è celebre per la sua solennità,
il realismo fiammingo unito alla prospettiva matematica tipica di Piero della Francesca, il dittico è celebre per essere un ritratto commemorativo che celebra le virtù morali della coppia.

L’opera originalmente era un dittico (dal greco di-ptychos, “piegato in due”) è
un’opera d’arte composta da due pannelli (tavole di legno, avorio o metallo) uniti
tra loro da cerniere, cardini o una rilegatura, in modo che possano essere aperti o
chiusi come un libro.
Storia del quadro
Federico da Montefeltro era uno dei più potenti e colti signori del Quattrocento:
condottiero di grande fama, umanista raffinato e mecenate generoso. La sua corte
a Urbino divenne uno dei centri culturali più vivaci d’Italia, frequentata da artisti,
letterati e scienziati. Piero della Francesca soggiornò più volte a Urbino proprio in
quegli anni, entrando in contatto con pittori fiamminghi (come Giusto di Gand) attivi
alla corte.
Il ritratto di Federico fu probabilmente eseguito intorno al 1465 (prima che
ottenesse il titolo di Duca nel 1474), come suggerisce l’assenza di insegne ducali e
un’iscrizione sul retro che esprime un’aspirazione futura alla dignità ducale. Una
testimonianza del 1466 di un carmelitano veronese parla già di un’immagine del
principe dipinta da “Petro Burgensis”.
Il ritratto di Battista Sforza, invece, è postumo: la duchessa morì a soli 26 anni nel
1472, pochi mesi dopo aver dato alla luce l’erede Guidobaldo, per complicazioni
legate al parto. L’iscrizione sul retro del suo trionfo è al passato, confermando che
l’opera fu completata dopo la sua morte. Molti studiosi ritengono che Federico
abbia commissionato il dittico proprio come omaggio alla moglie amatissima,
trasformandolo in un memoriale intimo e malinconico. In origine le due tavole erano
unite da cerniere, come un libro richiudibile, e poste nella Sala delle Udienze del
Palazzo Ducale di Urbino.
L’opera passò poi ai Della Rovere (successori dei Montefeltro) e arrivò a Firenze
nel 1631 con la dote di Vittoria della Rovere, sposa di Ferdinando II de’ Medici.
Entrò negli Uffizi nel 1773;

Il retro: i Trionfi allegorici
Il dittico è dipinto anche sul verso, con due scene di trionfi ispirati ai Trionfi di
Petrarca e alla tradizione romana:
• Trionfo di Federico: su un carro trainato da due cavalli bianchi, in armatura,
con bastone di comando. È incoronato d’alloro da una Vittoria alata e
accompagnato dalle quattro Virtù cardinali (Giustizia con spada e bilancia,
Prudenza con specchio, Fortezza con colonna, Temperanza). Un amorino guida
i cavalli. Iscrizione latina: “CLARVS INSIGNI VEHITVR TRIVMPHO QVEM
PAREM SVMMIS DVCIBVS PERHENNIS FAMA VIRTVTVM CELEBRAT
DECENTER SCEPTRA TENENTEM” (celebra le virtù che lo rendono pari ai
sommi condottieri).
• Trionfo di Battista: su un carro trainato da due unicorni (simboli di purezza e
fedeltà), accompagnata dalle tre Virtù teologali (Fede, Speranza, Carità – con
pellicano per il sacrificio materno) e Temperanza. È raffigurata mentre legge.
Iscrizione: “QVE MODVM REBVS TENVIT SECVNDIS CONIVGIS MAGNI
DECORATA RERVM LAVDE GESTARVM VOLITAT PER ORA CVNCTA
VIRORVM” (colei che fu moderata nelle fortune, adorna della lode per le gesta
del grande marito).

Piero della Francesca
Nato intorno al 1415-1417 a Borgo Sansepolcro, Piero si
forma a Firenze intorno al 1439, lavorando accanto a Domenico Veneziano. Lì
assimila le lezioni rivoluzionarie di Masaccio sulla volumetria, di Brunelleschi sulla
prospettiva e la luce chiara tipica della pittura fiorentina. Ma il suo genio lo porta
ben oltre: Piero trasforma la pittura in una scienza esatta, governata da regole
geometriche e matematiche.
La sua arte è immediatamente riconoscibile per alcune caratteristiche uniche. Le
figure sono monumentali, quasi statuarie, immobili in uno spazio eterno. Non ci
sono gesti drammatici né emozioni esasperate: tutto è pervaso da una serenità
solenne, da una luce diffusa e cristallina che sembra provenire da un’altra
dimensione. Piero fonde magistralmente il realismo minuzioso dei pittori fiamminghi
con l’idealismo classico e la profondità spirituale cristiana.
Tra le sue opere più straordinarie ricordiamo il ciclo degli affreschi con le Storie
della Vera Croce ad Arezzo, la commovente Madonna del Parto a Monterchi, la
misteriosa Flagellazione di Cristo conservata a Urbino e la potente Resurrezione
di Sansepolcro, considerata da molti il suo capolavoro assoluto.
Viaggiò molto: lavorò ad Arezzo, Urbino (alla corte di Federico da Montefeltro),
Ferrara, Roma (per papa Niccolò V), Rimini.
Oltre che pittore, Piero della Francesca fu anche un studioso: scrisse importanti
trattati sulla prospettiva e sui corpi geometrici. Anche quando, negli ultimi anni di
vita, perse la vista, continuò a dettare testi di matematica. Morì nella sua città
natale il 12 ottobre 1492.

Altre opere importanti di Piero della Francesca
Resurrezione

Luogo:Museo Civico di Sansepolcro.
• Tecnica: Affresco
• Descrizione: Cristo risorge solenne dal sepolcro, sguardo fisso e ieratico, con il
vessillo della vittoria.
• Quattro soldati dormono ai suoi piedi in scorci audaci.
• Paesaggio diviso: sinistra invernale (morte), destra primaverile (vita).
Dettaglio importante: Il soldato centrale senza elmo è probabilmente
l’autoritratto di Piero.
Significato: Immagine di rinascita spirituale e civica. Simbolo di ordine, armonia e
speranza.
Curiosità: Salvata dalla distruzione nella II Guerra Mondiale grazie a un ufficiale
inglese che riconobbe l’opera di Piero.
La flagellazione di Cristo

• Tecnica: Tempera su tavola (58,4 × 81,5 cm)
• Data: 1455-1460 circa (alcuni dicono 1459-1460)
• Luogo: Galleria Nazionale delle Marche, Urbino
Descrizione
L’opera è divisa in due zone spaziali ben distinte:
• A sinistra (sfondo): la scena sacra vera e propria. Cristo è legato a una
colonna classica e viene flagellato da due carnefici. Pilato (spesso identificato
con l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo) assiste seduto in trono. Un
uomo col turbante (forse un consigliere o un turco) è di spalle. L’architettura è
rigorosissima, con pavimento a intarsi prospettici e lacunari sul soffitto.
• A destra (primo piano): tre figure contemporanee (del XV secolo) conversano
all’aperto, sotto un portico. Sono elegantemente vestite e indifferenti alla scena
sacra che si svolge alle loro spalle.
La prospettiva è perfetta e calcolatissima: le due scene sono separate da una
colonna centrale e collegate da un rapporto aureo. La luce arriva da direzioni
diverse, accentuando la divisione temporale e spaziale.
Firma dell’autore: «OPVS PETRI DE BVRGO S[AN]C[T]I SEPVLCRI» sul gradino
del trono di Pilato.
